Chi sono

Francesca Lecce, psicologa e psicoterapeuta


 

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 Oltre ad esercitare la professione di psicoterapeuta, la Dott.ssa Francesca Lecce è Docente di Psicologia dello Sviluppo presso l’Università Di Firenze, detiene Corsi e Seminari presso il Corso di Laurea in Scienze Motorie, Sport e Salute su temi inerenti l’approccio strategico alle problematiche psicologiche dello sport:

“Blocco nella performance delle attività sportive”; “Oltre i limiti della paura: panico e fobie nello sport”; “Amore e Odio per il cibo nello sport”; One upon a time there was trauma”.

Referente del servizio “ L’Apprendimento Disturbato” per gli studenti affetti da DSA presso l’Università di Firenze- Area Didattica.

 L’APPROCCIO STRATEGICO- come funziona

“L’approccio strategico può essere definito come l’arte di risolvere complicati problemi umani mediante soluzioni apparentemente semplici”. Nonostante certi problemi o sofferenze persistano da molti anni, non per questo sono necessarie altrettanto lunghe degenze e complicate soluzioni. La terapia Breve Strategica è un modello di intervento innovativo, che si differenzia completamente da tutti gli altri approcci terapeutici.

La Psicoterapia Breve Strategica è un modello di intervento innovativo, che si differenzia completamente da tutti gli altri approcci terapeutici:

-E’ un intervento terapeutico-per definizione- breve e focale orientato all’estinzione dei disturbi presentati dal paziente o alla risoluzione dei problemi portati. Un intervento che si concentra su un obiettivo concreto di cambiamento, concordato congiuntamente con il terapeuta che varia-ovviamente- a seconda delle situazioni.

-Non consiste in una terapia superficiale e sintomatica, ma è un intervento radicale in quanto, oltre alla soluzione del sintomo, mira a ristrutturare i modi disfunzionali attraverso i quali la persona percepisce e poi reagisce alla realtà che poi subisce.

-È efficace: il cambiamento si verifica nell’87% dei casi (Nardone & Watzlawick, 2004) ed è duraturo, poiché non si presentano ricadute rispetto al problema presentato. Come emerge chiaramente dai follow-up condotti a distanza di 3 mesi, 6 mesi e 1 anno dalla fine del percorso terapeutico, la presenza di ricadute è minima e non si verficano nel tempo spostamenti del sintomo.

-E’ indicato in primo luogo per tutti i disturbi psicologici fortemente impedenti, ovvero caratterizzati da una sintomatologia acuta (ansia, attacchi di panico, fobie, ossessioni, compulsioni, ipocondria, depressione, disordini alimentari -anoressia, bulimia, sindrome da vomito).

-L’intervento è sia a cadenza settimanale che quindicinale, a seconda del tipo di problema o disagio presentato e delle esigenze della persona stessa.

-La Psicoterapia Breve Strategica è uno strumento estremamente flessibile e si applica, quindi altrettanto bene ai problemi di coppia e familiari in genere e ai disturbi dell’età evolutiva.

COME CI PRENDIAMO CURA DEI BAMBINI?

Applicando il  trattamento indiretto che  rappresenta uno degli interventi psicologici più efficaci ed originali del Terapia Breve Strategica di Giorgio Nardone.

Una innovazione metodologica che prevede l’utilizzo di uno o più membri della famiglia, eletti a co-terapeuti, come vera e propria leva di cambiamento e come risorsa principale per promuovere o ripristinare una situazione di benessere del minore e di tutto il sistema familiare. Spesso l’azione indiretta della terapia-ovviamente se efficace- promuove un effetto benefico non soltanto sul paziente designato ma anche sull’intero sistema implicato. Non sono pochi i casi in cui si assiste ad una vera e propria ristrutturazione dei ruoli, delle dinamiche familiari, delle modalità comunicative di un sistema che precedentemente manteneva (senza averne la consapevolezza) il problema. La singolarità dell’approccio indiretto ovvero in assenza del bambino, ha messo in risalto i possibili danni che la diagnosi precoce e quindi il processo di <<etichettamento>> potrebbe recare sul paziente stesso preferendo, di conseguenza, agire su altre leve di cambiamento. Troppo spesso, ancora oggi, andare in terapia attribuisce al bambino o all’adolescente una sorta di marchio da cui egli difficilmente si libera, soprattutto se attribuito in età precoce. Come già ampiamente dimostrato dalla letteratura, etichettare una persona con una diagnosi più o meno precisa, significa strutturare il sistema ed i loro membri secondo modalità ancor più allineate a tale etichetta. La terapia indiretta consente, quindi, di prevenire il rischio di sommare ad un problema già presente, l’etichetta diagnostica di una possibile patologia che anziché risolvere il problema lo potrebbe solo aggravare. La profezia tenderà,così, ad auto-avverarsi.

Contrariamente, non venendo di persona in terapia, il bambino difficilmente potrà sentirsi problematico, e non sarà quindi esposto all’indagine del professionista. Anzi, il destinatario indiretto dell’intervento potrà, come per magia nascondersi alla luce del sole, attraverso i nuovi pattern comportamentali dei genitori guidati dal terapeuta, ed esser indotto a cambiare modalità percettive  e reattive. Si sceglierà di comunicare la diagnosi all’interessato solo quando e se non sarà più pericoloso farlo. In questi casi, come diceva il grande Virgilio “ci si ammala medicando”.