Sono un insicuro cronico. Forse.

Sono un insicuro cronico. Forse.

Recita Erich Fromm in uno dei suoi aforismi “Il compito a cui dobbiamo lavorare, non è di arrivare alla sicurezza, ma di arrivare a tollerare l’insicurezza”.
Un tempo, a scuola, abbiamo appreso come si struttura un tema di italiano. Ci hanno insegnato che occorre una buona introduzione, un corpo bene articolato ed una conclusione. Molti probabilmente hanno mantenuto quella stessa struttura del tema anche nella propria vita. Dove l’introduzione è rappresentata dall’infanzia (dove l’individuo si prepara a diventare un giovane adulto); il corpo è identificato come la vita da adulto (organizzata e pianificata in vista della conclusione) la conclusione delineata con una storia da gran finale- l’andata in pensione e una vecchiaia felice. La spirale di chi aspira alla perfezione (del corpo, della salute, del lavoro, della sua vita, dell’assenza di sensazioni sospette) è spaventosa: poiché è proprio quando il paesaggio che scorgo è quasi perfetto, che le imperfezioni risaltano in tutto il loro effetto disturbante. Pertanto meno ne permangono dopo l’ennesimo sforzo di eliminarle, più ne appaiono, divenendo evidenti quelle che fino ad un attimo prima non si notavano. Conseguentemente più si cerca la perfezione più si allontana, in una rincorsa infinita che ricorda la partita persa del cane che cerca di scacciare con la coda gli insetti che lo molestano- più il cane muove l’aria, più gli insetti gli svolazzano intorno. Se solo si fermasse e ne sopportasse la presenza per una manciata di minuti, gli insetti seguirebbero il loro istinto e poi svolazzerebbero su qualche altro cane. La soluzione per i perfezionisti consiste quindi nel valutare che il vertice della perfezione è dosare l’imperfezione: in natura, le cose più belle hanno sempre un cenno di irregolarità, asimmetria, sbilanciamento.
La mancanza di sicurezza ha origine anche da un concetto o un’opinione di intima incapacità. Se non ci sentiamo all’altezza di ciò che siamo chiamati a fare, ci sentiamo insicuri e buona parte di questo senso di insicurezza non è dovuto al fatto che le nostre risorse interiori sono in effetti minime, ma al fatto che noi usiamo un falso metro per valutarle. Spesso paragoniamo le nostre capacità pratiche ad un idea di noi “immaginaria”, perfetta e assoluta… il pensare a se stessi proprio in questi termini porta all’insicurezza. La persona che manca di sicurezza “sente” che dovrebbe essere “capace”, che dovrebbe “avere successo”, dovrebbe “essere felice”. Tutti questi sono scopi degni, ma si dovrebbero pensare, almeno nel loro senso assoluto, come scopi da raggiungere, per cui operare, piuttosto che come “fatti che dovrebbero essere”. In quanto l’uomo è un meccanismo che lotta per raggiungere uno scopo e si può esprimere completamente solo quando l’uomo agisce per arrivare a qualcosa.
Alla base dell’insicurezza si innescano anche altri processi mentali più sottili come ad esempio il guardare gli altri per vedere noi stessi, cioè per darci un voto, per decidere come siamo e chi siamo. La nostra auto-stima (espressione quanto mai menzognera, perché suggerisce che sia possibile stimare se stesi, cioè autovalutarsi con oggettività) dipende in gran parte da come gli altri ci stimano: o meglio, da come noi stimiamo che gli altri stimino noi. Per questo per preservare l’autostima, spesso tendiamo a conformarci alle aspettative altrui, perdendo di vista quello che vorremmo essere o ci piacerebbe fare.

Vincere l’insicurezza

Il problema dell’insicurezza è legato a diverse strutture e sfondi. Formulare un ricettario unico per superare l’insicurezza risulta essere un trucco da illusionisti perché possa considerarsi veritiero.
Osservando come l’insicurezza possa interessare vari ambiti come il futuro, la vita, il lavoro e le relazioni con tutte le conseguenze che ne implicano, la prima azione da mettere in atto è metterci in gioco- con la sperimentazione di quella che in Terapia Breve Strategica viene definita la lista delle insicurezze, ovvero una lista scritta ogni mattina, dove si annota “ciò che temi ti accada” e “ciò che temi di non essere capace di fare. Una lista che alla sera , quando la giornata è finita, riprenderai e controllerai. Nel caso in cui ti sarà capitata o avrai fatto effettivamente una di quelle cose, traccia una X accanto… nel caso contrario lascia tutto in bianco.
Come suggerisce San Francesco d’Assisi “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile”.