Si, “siamo nati soli, viviamo soli, moriamo soli”. Come superare la depressione.

Si, “siamo nati soli, viviamo soli, moriamo soli”. Come superare la depressione.

Facendo dialogare l’evoluzionismo, la paleoantropologia, la genetica e l’ecologia in una sorta di avvincente biografia “familiare” ed evoluzionistica, dopo diverse documentazioni, sono giunta alla riflessione che nell’evoluzione della nostra specie ciò che ha portato a Homo sapiens è la “coesistenza” tra ominidi.
Nel misterioso labirinto che chiamiamo vita corriamo spesso il rischio di incappare in esche, insidie e tranelli vari- dinamiche diffuse per rendere più emozionante un’esistenza che lo sarebbe di già di suo nel naturale decorso. Intralci che potrebbero rappresentare gradi diversi di difficoltà che derivano dalle relazioni con i nostri simili.

“Io mi sento sola”, così esordisce Lucia, una giovane donna presso il mio studio .
“Io mi sento molto sola e farei di tutto per non sentirmi più in questo modo” Ma che cosa significa per Lucia farei di tutto per non sentirmi più in questo modo?
Spesso i nostri tentativi di soluzione del problema innescano un circolo vizioso dal quale non possiamo più uscire perché noi stessi, proprio con quei tentativi, siamo ad ostacolarlo: il problema/la difficoltà risulta essere privo di soluzione perché la soluzione è il problema.
Facilmente quello che inseguiamo come lo stare bene, l’essere felici, il non soffrire ci causa sofferenza o meglio è proprio ciò da cui scappiamo (infelicità, frustrazione e dolore) che ci rincorre maggiormente. Come suggerisce Epicuro “colui a cui non sembra già troppo quello che ha, fosse anche padrone del mondo, è un infelice”. Quello che facciamo per vivere meglio spesso è la ragione del nostro stare peggio. Pensiamo ad esempio ai conflitti di coppia che si ingigantiscono quanto più la coppia tenda di risolverli discutendone; al figlio pre-adolescente che si ribella in modo proporzionale a quanto più i genitori ne ostacolano la ribellione; alla donna piacente che quanto più è attenta a se stessa, al peso ideale o l’aspetto fisico perfetto e quanto più ciò sfugge ai suoi obiettivi. Chi segue la sua strada ha sempre una meta da raggiungere, ma chi ha smarrito la retta via, va errando all’infinito.

Lucia, con aria sofferente e occhi spenti, riferisce di passare la maggior parte del suo tempo distesa sul suo vecchio divano con luce bassa e silenzio tombale, poiché non sente lo stimolo di fare niente. Si sente azzerata, una detenuta con un macigno alla caviglia che nonostante la catena non riesce a fare due passi nella sua cella.
Dichiara di avere dei genitori ormai anziani che pensano esclusivamente ai loro malanni e non la chiamano quasi mai; le sue amiche si sono allontanate in quanto ognuna è fortemente impegnata nella propria vita personale e familiare -e lei si sente esclusa e tradita da quel forte sentimento che le legava. I fratelli, vivono lontani da casa, e da qualche tempo lei ha pochi contatti con loro, poiché le sue continue “lamentele ” hanno portato gradualmente ad un distacco familiare.

In conclusione il ritratto della sua esistenza si mostra come un classico quadro depressivo, all’interno del quale Lucia si sente vittima della realtà- come se lei stessa ne fosse partecipe.
Il non reagire della paziente, l’immobilizzarsi, il “mimetizzarsi morta” per un lungo periodo non porta a niente di funzionale.
Lucia (come la maggior parte di questa tipologia di persone) dovrebbe sviluppare una retta strategia al fine di vivere -proprio come succede in natura per gli animali che si mimetizzano morti per difendersi dai predatori- una modalità momentanea che le permetta di ridurre al minimo le proprie energie per sopravvivere e difendersi da un periodo avverso.

Purtroppo, come spesso succede con questi pazienti qualsiasi espressione rassicurante ed eccessivamente comprensiva produce solamente un effetto disfunzionale, marcando ancor di più la tentata soluzione di vittimismo. A tal riguardo appare essere fortemente funzionale stanare il paziente dalla posizione della vittima e procedere come segue: “Cara Lucia ha proprio ragione, in realtà nasciamo, viviamo e moriamo da soli. Bisogna fuggire i molti, i pochi, perfino il singolo. Lucia, la capisco, non c’è nessuno che infondo merita le nostre attenzioni e relazioni …la solitudine è la nostra condanna, che trova conferma nel nostro vivere quando ormai si ha la consapevolezza di contar niente per nessuno.”

Mentre accompagnavo volontariamente a tale depressiva e paradossale esplicitazione della situazione umana dell’uomo …la paziente con sguardo contraddetto cercava di interrompermi per consolarmi rispetto alla posizione intrapresa -rassicurandomi sul fatto che non siamo mai completamente lasciati soli a noi stessi e che bisogna cibarsi del confronto dell’altro, ognuno può regalarci un momento di felicità!

Un capovolgimento della seduta alquanto interessante: la paziente “depressa” cerca di incoraggiare il terapeuta che recita il ruolo del depresso. Un comportamento efficace dove la persona, manifestando reazioni produttive e comunicando sorrisi, piano piano si tira fuori dalla sua situazione depressiva. Come se in modo involontario individuasse, tutto ad un tratto, le parole di Epicuro “è ridicolo che tu corra incontro alla morte per disgusto della vita, quando è il tuo genere di vita che ti fa correre incontro alla morte”.
Come si può ben notare, la posizione si è del tutto rovesciata .

Nelle settimane successive, la signora Lucia torna in terapia riferendo di sentirsi meglio, un graduale risveglio dopo un lungo letargo… racconta di essere andata lei stessa a trovare i suoi genitori, scoprendo piacevolmente la sensazione di essere ben accolta e amata; narra di come persino i fratelli con i quali aveva interrotto ogni legame si siano ammorbiditi nei suoi confronti e dulcis in fundo anche le sue amiche hanno manifestato grande attenzione invitandola a cena anche più volte a settimana. E, sorprendentemente, nel momento in cui tento di immedesimarmi nuovamente nella parte del terapeuta depresso Lucia mi guarda, mi sorride e con aria soddisfatta mi confessa che ha capito il mio gioco con la seguente esclamazione: “Sa dottoressa, in queste sedute ho afferrato che ha fatto proprio bene a non fare l’attrice perché non è che le riesca poi così bene (sorride)”.

Con i pazienti con questa tipologia di problema, l’atteggiamento terapeutico funzionale è quello di essere più depressi di loro stessi. E’ come sommergere qualcuno, ancora di più, nelle sabbie mobili facendo così peggiorare la situazione- e la persona pur di non sentirsi affondare del tutto cercherà di liberarsi il prima possibile.