Quando la TAVOLA rappresenta il LUOGO perfetto per la danza dei CAPRICCI.

Quando la TAVOLA rappresenta il LUOGO perfetto per la danza dei CAPRICCI.

La preoccupazione che il proprio figlio non si nutra a sufficienza appartiene a tutto il mondo materno. Tanto che la presunta disappetenza diventa negli ultimi anni la rincorsa al pediatra del 50% dei bambini.
Il genitore dovrebbe apprendere a scandire il tempo dell’educazione alimentare del proprio bambino, soffermandosi, sul fatto che il proprio figlio impara a mangiare perlustrando sapori e odori in una roulette di sensazioni nuove che, a volte, accetta con gradualità e naturalezza; altre volte invece necessita di tempi differenti. Il bambino può assaporare un cibo piacevole solo successivamente a ciò che era in principio un rifiuto ferreo. Come afferma la sociologa Debhora Lupton (the University of Canberra) l’alimentazione fa parte delle pratiche fondamentali del sé, dirette alla cura del sé attraverso il costante nutrimento del corpo con cibi considerati culturalmente appropriati che, oltre a costituire una fonte di piacere, agiscono simbolicamente come materie prime per rivelare l’identità̀ di un individuo a se stesso e agli altri . Dunque, personalmente, sostengo che bisognerebbe porre un’attenzione funzionale e non tormentosa alla condivisione dello stesso cibo in famiglia e nella quotidianità̀, in quanto introduce le persone nello stesso nucleo familiare, mettendole in costante “comunicazione” tra loro.
Il cibo che getta un ponte tra noi e l’altro.
Compito del genitore è quello di far seguire al bambino in primis una corretta alimentazione, in secondo luogo invogliarlo a mangiare tutto ciò che è importante per crescere assecondando le preferenze e i gusti che il bambino esprime; in quanto ogni volta che c’è nutrimento c’è esperienza. Vi sono delle difficoltà alimentari transitorie comuni durante l’infanzia in alcuni momenti critici dello sviluppo e NON costituiscono necessariamente un disturbo. Ad esempio, fra i 7 e i 9 mesi, all’epoca dello svezzamento e della comparsa della preoccupazione dell’estraneo, o fra il secondo e il terzo anno di vita, nel passaggio verso l’alimentazione autonoma, il comportamento del rifiuto del cibo è collettiva espressione di un normale processo maturativo, durante il quale le capacità biologiche, cognitive e affettive del bambino si riorganizzano ad un livello di sviluppo più complesso. Le figure di accudimento possono reagire a questi cambiamenti in modi differenti (funzionali o disfunzionali) che spesso riflettono le loro esperienze evolutive nel processo di separazione-individuazione. Parafrasando Françoise Dolto possiamo dire che la genitorialità è sempre adottiva. Un atto simbolico di puro dono. Quando un genitore si occupa del suo bambino “costruisce un alfabeto che precede l’alfabeto”, in quanto la lingua viene prima del linguaggio tramite uno scambio di affetti, di emozioni, di comportamenti che danzano continuamente tra figlio e genitore.
I bambini mostrano sin dalla nascita lampanti differenze individuali nei cicli di fame-sazietà ad esempio alcuni neonati si svegliano e richiedono con intensità l’alimentazione, altri accettano passivamente di essere nutriti o inviano segnali di fame intermittenti. Una difficile regolazione dell’appetito è riferita da diversi studi, come una caratteristica individuale che si manifesta nel bambino con una difficoltà di accrescimento non organica (non organic failure to thrive). Inoltre si riscontrano differenze rispetto alla sensibilità orofaringea con difficoltà ad accettare il contatto con il cibo sulle labbra o nella bocca e/o ad ingerirlo. Questi bambini possono essere particolarmente sensibili alla consistenza del cibo e alla sua temperatura, infatti tale ipersensibilità può essere selettiva e riguardare la specifica consistenza di alcuni tipi di alimenti. Meno frequentemente si verifica una iposensibilità nei confronti de cibo, una minore sensibilità al sapore, al volume e alla consistenza degli alimenti -ad esempio in questo caso, i neonati possono mantenere il latte nella bocca senza ingerirlo per diversi minuti, oppure i bambini di maggiore età riescono a tenere in bocca un alimento solido senza ingerirlo per un tempo prolungato.
Emerge l’importanza nella valutazione clinica di un’accurata osservazione dei pattern alimentari del bambino, al fine di identificare modalità di comportamento individuali disfunzionali nei ritmi autoregolativi dell’appetito e nelle modalità di comportamento dei genitori rispetto all’assunzione del cibo. Spesso le difficoltà in ambito familiare si possono trasformare in un problema persistente quando vengono affrontate in modo non adeguato o con tentativi disfunzionali reiterati nel tempo, ed anche i capricci di fronte al piatto possono trasformarsi in un problema e tramutare il momento piacevole del pasto in una vera trincea. Ecco come ovviare a tutto questo.

Il Bon Ton del genitore:
L’educazione all’esperienza del cibo che un genitore cerca di stabilire a tavola- e che il bambino può mettere in discussione con i capricci- sono generalmente:

• Imparare a mangiare autonomamente, poiché stimola l’appetito del bambino insegnandolo ad autoregolarsi;
• Mangiare tutto ciò che vi è nel piatto;
• Non giocare con il cibo, in quanto distrarsi è errato ma avere una consapevolezza sulla nutrizione è funzionale;
• Mangiare tutti i cibi, anche quelli che appaiono meno desiderabili;
• Non alzarsi da tavola prima di aver concluso;
• Non guardare la televisione durante il pasto, in quanto deve essere un momento di confronto e non un comportamento punitivo. Il cibo non deve diventare il metro con cui valutare quanto il piccolo è “bravo” o “ubbidiente”.

Per fare rispettare e accettare queste poche sane abitudini il genitore non deve far altro che armarsi di molta pazienza e guidare dolcemente il comportamento del proprio piccolo, nella stessa autenticità che la natura ci insegna. Ma quando in questo sistema qualcosa si inceppa e diventa “straziante la resistenza” al cibo, come evitare quegli atteggiamenti che rinforzano i capricci del bambino?
Le strategie più comuni per gestire i capricci a tavola, ossia le tentate soluzioni del genitore, rientrano in un’unica categoria: l’esortazione.

Vediamo le più frequenti:

1. Forzare e fare pressioni: variante più utilizzata di fronte al rifiuto ostinato di mangiare quello che vi è nel piatto o di fronte al rigetto di un alimento. La petulanza si trasforma progressivamente in costrizione, mette il bambino a difficoltà impedendogli di sperimentare la sensazione di piacere che dovrebbe accompagnare l’esperienza del pasto.
2. Fare confronti: qualsiasi genitore almeno una volta ha utilizzato la leva del <> per fare pressione sul proprio figlio. Tirando in ballo durante i pasti esempi come i bambini affamati dei paesi poveri, lo “sperpero del cibo” che è un peccato mortale, i nonni che da bambini erano costretti a mangiare solo patate tutti i giorni. Questa modalità alquanto inefficace, pone il bambino in una situazione emotiva scomoda dalla quale cercherà di sottrarsi velocemente.
3. Invogliare e promettere: un altro modo attuato dalle famiglie per convincere i bambini ad assumere un dato comportamento con il cibo è corromperli. Atteggiamento che ricopre efficacia solo nel “qui ed ora” ma nel momento in cui tali modalità diventano ricorrenti nella relazione, il bambino -abile attore- impara velocemente che vale la pena fare un po’ di “teatrino” per riuscire a trattare con l’adulto ed ottenere ciò che desidera.

Interrrompere le tentate soluzioni inefficaci del forzare a mangiare, del pregare o del fare confronti e dell’invogliare promettendo ricompense è dunque, il primo passo che il genitore deve compiere per sottrarsi alla sfida con il piccolo manipolatore “di casa”. Successivamente questo passo si traduce in un intervento indiretto cucito ad hoc rispetto alla situazione, al fine di guidare il genitore a bloccare la propria soluzione del problema. Trasformando la situazione vissuta durante il pasto da un circolo vizioso ad un circolo virtuoso. Nella relazione tra un adulto ed il proprio figlio c’è tutto quello che un genitore ha bisogno di conoscere per fare bene ciò che è il suo difficile mestiere. Come suggerisce il filosofo Emmanuel Lévinas potremmo dire che la cura del genitore è tale se sa rendere ogni figlio, figlio unico nel senso di unicità e particolarità.